Quando chiudo gli occhi, comincio a vedere...
A volte accade...
Pensieri che si intrecciano, che si accompagnano per mano, sovrapponendosi in un desiderio intrinseco di elevarsi verso quell’autentica propensione poetica che risiede nel nostro cuore.
E come una tempesta che vuole spazzare via tutto quello che deve naturalmente andare, arriva improvviso un cielo sereno. Un cielo che porta chiarezza e pace, che ci accompagna verso quelle emozioni che, fino a un attimo prima, erano ancora confuse.
Lo sguardo, in una malinconica propensione, si alza verso quell’azzurro infinito, trovando in esso la giusta dimora per cominciare a guardare oltre.
Oltre quelle poche nuvole rimaste, oltre quel colore pacificante, oltre noi stessi.
Il cuore entra in comunione con uno sguardo che non ha più confini e, come in un’orchestra che trova nella perfetta armonia di tutti i suoi strumenti la propria melodia, comincia a suonare quelle note che ancora non conoscevamo.
Un componimento spontaneo che ha come direttore d’orchestra la nostra anima, finalmente libera di poter esprimere tutta la propria passione per una vita che, nonostante tutto, desidera e ama.
Ancora una volta entro in quella dimensione magica, eterea, infinita, che mi accompagna in un mondo fatato, fatto di nuvole che si possono quasi toccare, di stelle che danzano intorno a me, di emozioni che rendono incredibilmente tangibile e reale tutto questo.
E come un improbabile Peter Pan, il bambino che è in me riaffiora, rinasce, cercando quei ricordi e quelle immagini che un tempo mi facevano volare.
E più immagini riesco a trovare, più il volo diventa leggero, autentico, ma anche pindarico, trasportandomi là dove ancora non ero riuscito ad arrivare.
Ogni volta è un volo diverso, un viaggio ancestrale che mi trasporta in infiniti istanti che abbraccio e trattengo come doni eterni ricevuti.
Li trattengo nel mio cuore, ma non per sempre. Solo per quel breve istante necessario al prossimo volo, al prossimo momento intriso di quella sensazione liberatoria.
Non li trattengo per sempre.
Li lascio liberi di ritornare da dove sono venuti, affinché possano diventare il sogno di qualcun altro.
Ne conservo il ricordo, l’idea, la passione che ogni volta riescono a trasmettermi.
È come un viaggio astrale, ma da sveglio. Un istante della vita che si ripete ogni volta e che mi trasporta in una meditazione spontanea verso orizzonti sempre diversi.
Dai colori sempre nuovi e rinnovati, che spaziano dal colore di una notte stellata a un romantico tramonto, fino a un’alba dolce e poetica, che ogni volta, in maniera diversa, mi regala un nuovo pezzettino di me che ancora non conoscevo.
Chiudo gli occhi e comincio davvero a vedere.
A comprendere quel qualcosa che prima non era chiaro.
Chiudo gli occhi e finalmente vedo davvero. Riesco a comprendere. Riesco a tornare vivo in un mondo che sembra, a prima vista, inventato, ma che invece si riflette su una realtà che sarà vissuta con una consapevolezza diversa.
Chiudo gli occhi e i miei piedi cominciano a staccarsi dal suolo.
Il mio corpo diventa finalmente leggero e quelle catene invisibili, ma dannatamente resistenti, ora si spezzano e non riescono più a trattenere quell’essenza di un’anima che sembra essere stata creata per volare.
E così, come accade per ognuno di noi in determinati momenti, comincio a sollevare quel corpo appesantito da una quotidianità non sempre facile da vivere.
Ormai vedo un mondo diverso.
Il mio sguardo, per un breve istante, osserva quello che accade sotto i miei piedi.
La terra, il suolo, sono ora distanti, lontani.
Ora sono in alto, lontano da tutto ciò che mi teneva legato.
E il mio sguardo torna verso un luogo, cento, mille luoghi diversi.
Poi guardo sopra di me.
In alto.
Verso quella Sorgente che da una vita mi accompagna in questi voli ancestrali, in queste divine contemplazioni che, ogni volta, sembrano salvarmi la vita.
Entro in contatto con quel qualcosa a cui non so ancora dare un nome e che noi tutti chiamiamo Dio, ma che diventa ogni volta qualcosa di non descrivibile, a cui non possiamo davvero dare etichette o nomi.
Quel qualcosa è completamente indescrivibile, ma allo stesso tempo così tangibile da diventare per me una conoscenza eterna, un amico, uno spirito guida a cui posso quasi stringere le mani e che mi accompagna in luoghi sempre nuovi e inesplorati.
Allargo le braccia, come a voler abbracciare qualcosa o qualcuno che non può essere compreso né racchiuso tra le mie mani, ma che mi trasmette comunque quella sensazione di contatto che scalda un cuore desideroso di amare, desideroso di esprimere tutto se stesso attraverso queste parole.
Parole che non riescono comunque a esprimere completamente questo volo magico e celestiale, ma che provano a rendere onore e gloria a quel Tutto che ogni volta mi accoglie.
La poesia diventa allora quell’unica forma di pensiero con cui cerco di dialogare con quel Qualcosa o Qualcuno che, attraverso i versi del mio cuore, comprende un messaggio che cerco ogni volta di lanciargli.
Come se l’unico modo fosse quello di parlare attraverso una sorta di romanticismo che sempre più spesso viene soffocato da un mondo troppo frenetico e freddo.
Accolgo sempre questo invito e lascio che le mie dita scorrano spontaneamente su questa tastiera, di getto, così come nascono spontaneamente pensieri ed emozioni che non possono più essere trattenute.
Si compone così quell’opera che ogni artista ama profondamente, composta da colori, note musicali e parole che riecheggiano nella mia anima e che non aspettavano altro che prendere finalmente il volo.
In sottofondo sento le corde di una chitarra, pizzicate con poetica maestria, che mi accompagnano in un viaggio liberatorio.
Le mie mani protese al cielo, aperte come due antenne intente a percepire ogni sensazione e trasformarla in qualcosa di tangibile e reale, che porterò nel mio cuore eternamente, come qualcosa che rimane per sempre e che, liberamente, diventerà parte di me.
Non trovo ostacoli.
Nessun impedimento.
Nulla che possa impedire, ogni volta, un volo libero e sovrano.
Nulla che possa obbligare o costringere.
Tutto incredibilmente facile, leggero, dolce.
Anzi, dolcissimo.
Come se ogni volta quelle nuvole che incontro e attraverso, soffici e candide, fossero cuscini capaci di cullare un’anima che ha bisogno di ristoro.
Di amore puro.
Eterno.
Quello che provo è talmente indescrivibile che queste parole, in questa mia esperienza scritta, non riescono a contenere quella sensazione di infinito e libertà che ogni volta mi porta sempre più vicino a quella Sorgente che da una vita rincorro, per imparare a conoscerla sempre meglio, con cuore sincero, ma soprattutto libero da ogni tipo di manipolazione umana.
La realtà sento che sta tornando, perentoria, seria e decisa.
Il corpo diventa, istante dopo istante, più pesante e i miei piedi stanno per ricongiungersi con quel suolo che mi comprende e mi appartiene, nonostante tutto.
Ora sto di nuovo toccando la terra.
Il mio sguardo vede il suolo che ospita i miei piedi e il mio corpo.
Sono tornato a una realtà che ora comprendo, ancora una volta, in modo diverso.
E nonostante la pesantezza del corpo, delle responsabilità e della drammaticità della vita, riesco comunque a sentirmi un po’ più leggero, più sereno.
Il mio sguardo torna serio e corrucciato, ma questa volta non si rivolge più soltanto verso il basso. Ora è rivolto verso quel cielo infinito che mi dona, ogni volta, una nuova consapevolezza, un discernimento prezioso e vitale per affrontare la vita con un’anima più completa di prima, più propensa ad accettare, più disponibile a non trattenere.
Ed è forse questo il vero significato di ogni volo: non fuggire, non dimenticare, non rimanere sospesi per sempre tra le nuvole, ma tornare. Tornare con occhi diversi, tornare con un cuore che ha imparato a lasciare andare ciò che deve andare e a custodire ciò che merita di rimanere.
Ora voglio rivolgermi a ognuno di voi, che mi leggete, che condividete spesso i miei pensieri, che mi incoraggiate e che mi apprezzate così come sono.
Non smettete mai di cercare. Non permettete che qualcuno sostituisca completamente la vostra coscienza nella ricerca di Dio. Cercate, domandate, ascoltate, pregate. Lasciate che la vostra anima trovi il proprio modo, sincero e autentico, di rivolgersi a quella Sorgente che ciascuno di noi cerca di conoscere.
Perché proprio quel vostro Dio personale, incontrato nel silenzio della coscienza, può diventare per voi un’immagine del Tutto che comprende ogni cosa, che suscita emozioni profonde e che, attraverso la vostra interiorità, vi invita al discernimento.
Quel Dio personale è, per me, lo stesso Dio che riconosco come Sorgente di ognuno di noi. Un’unica Origine capace di raggiungerci attraverso percorsi differenti, assecondando propensioni e sensibilità diverse, senza che nessuno debba sentirsi escluso dal suo abbraccio.
Amate e lasciatevi amare. Siate sempre liberi di esprimervi e di lasciare che la vostra anima comunichi come meglio riesce con quella Sorgente che continuiamo a cercare e verso la quale, in un modo o nell’altro, siamo tutti incamminati.
Ognuno attraverso il proprio pellegrinaggio dell’anima, ognuno attraverso il proprio viaggio, ognuno attraverso le proprie cadute, le proprie rinascite, le proprie consapevolezze. Forse ogni passaggio della nostra esistenza lascia dentro di noi qualcosa che non avevamo prima. Forse ogni incontro, ogni dolore, ogni gioia, ogni scelta, ogni gesto d’amore contribuisce a quella misteriosa legge di causa ed effetto che accompagna il nostro cammino e ci insegna, lentamente, a diventare più consapevoli di ciò che siamo.
E forse il viaggio non consiste soltanto nell’arrivare da qualche parte. Forse consiste nell’imparare, passo dopo passo, a riconoscere quella scintilla che la Sorgente ha deposto in noi. Una scintilla che continua a brillare anche quando la vita sembra soffocarla, una scintilla che non ha bisogno di essere dimostrata, posseduta o imposta. Ha soltanto bisogno di essere riconosciuta.
E così, forse, ogni volo è un piccolo ritorno. Un istante in cui ci allontaniamo abbastanza dal rumore per poter ascoltare ciò che dentro di noi continua a parlare, un momento in cui il bambino che eravamo torna a sorridere, un momento in cui il corpo diventa leggero e l’anima sembra ricordare qualcosa che la quotidianità ci aveva fatto dimenticare.
E quando poi torniamo con i piedi sulla terra, nulla è veramente cambiato. Le responsabilità sono ancora lì, la vita è ancora lì, le difficoltà sono ancora lì. Eppure qualcosa dentro di noi è diverso. Forse perché abbiamo guardato dall’alto, forse perché abbiamo respirato per un istante un’aria diversa, forse perché abbiamo ricordato che, nonostante tutto, siamo ancora capaci di volare.
E allora continuo a scrivere. Continuo a cercare. Continuo a lasciare che le parole prendano il volo, perché forse la poesia non è soltanto un modo per raccontare ciò che sentiamo. Forse è il modo che abbiamo trovato per dialogare con l’invisibile, per tendere le mani verso il cielo, per dire alla Sorgente che siamo ancora qui. Ancora capaci di meravigliarci, ancora capaci di amare, ancora capaci di cercare.
E quando chiudo gli occhi, ancora una volta, comincio davvero a vedere.
Vedo quel cielo, vedo quelle nuvole, vedo il bambino che sono stato, vedo l’uomo che sto diventando e, oltre tutto questo, intravedo quella misteriosa Origine verso cui continuo il mio cammino.
Non so darle un nome che possa contenerla. Non so racchiuderla in una definizione. So soltanto che, ogni volta che mi sollevo da terra, anche solo per un istante, sento di essere un po’ più vicino a Lei.
E allora apro le braccia, lascio andare, respiro e torno.
Torno sulla terra con il cuore un po’ più leggero, con lo sguardo ancora rivolto verso l’alto, con una nuova consapevolezza, con una nuova domanda, con una nuova parte di me da conoscere e con quella piccola, misteriosa scintilla dentro il cuore che, nonostante tutto, continua a ricordarmi che sono ancora capace di volare.
Christian B.
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