Maria, il volto materno della Sorgente.
"La Sapienza è un riflesso della luce eterna, uno specchio senza macchia dell'attività di Dio e un'immagine della sua bontà."
Sapienza 7,26
Ogni autentico cammino spirituale conduce, prima o poi, a contemplare il Mistero con occhi nuovi. Accade un giorno che le parole non bastino più, che le definizioni inizino a stare strette e che perfino i dogmi, pur custodendo un frammento di verità, non riescano più a contenere l'immensità di ciò che il cuore percepisce nel silenzio della preghiera.
È allora che nasce la contemplazione: non per negare ciò che altri hanno creduto, ma per lasciarsi guidare dalla luce interiore che Dio accende nell'anima di chi Lo cerca con sincerità.
È proprio in questo silenzio che ho imparato a guardare Maria.
Per molti ella è la Madre di Gesù. Per altri è la più grande tra i santi. Per altri ancora è la Regina del Cielo. Tutti questi titoli sono belli, ma dentro di me nasce la convinzione che nessuno di essi riesca a esprimere pienamente la profondità del suo mistero.
Ho la sensazione che, nel corso dei secoli, Maria sia stata racchiusa entro un recinto di definizioni che hanno cercato di proteggerla ma che, inconsapevolmente, ne hanno anche limitato l'orizzonte spirituale.
Io non desidero abbattere quel recinto per spirito di ribellione. Desidero semplicemente contemplare ciò che si trova oltre.
Quando rivolgo il mio sguardo a Maria non vedo soltanto una donna vissuta in Palestina duemila anni fa. Vedo una creatura nella quale l'umanità ha raggiunto il suo vertice. Vedo il compimento di ciò che ogni anima è chiamata a diventare. Vedo il punto in cui la terra incontra definitivamente il cielo.
Molti potrebbero trovare eccessive le parole che sto per pronunciare. Eppure sento di non poterle tacere.
Io considero Maria divina quanto il Cristo.
Non affermo questo perché immagini due divinità distinte o perché desideri elevare Maria al posto di Dio. Al contrario, lo affermo proprio perché credo nell'assoluta unità dell'Origine da cui tutto proviene. Esiste un solo Principio, una sola Vita eterna, una sola Realtà infinita che sostiene ogni essere visibile e invisibile. Tutto nasce da questa eterna Sorgente e tutto è destinato a ritornare ad essa.
Se questo è vero, allora la divinità non consiste nell'essere un dio separato, ma nel vivere una comunione così perfetta con l'Eterno da non opporre più alcuna distanza tra la propria volontà e la Sua. In questo senso ogni essere umano porta in sé il seme della divinità, perché ogni essere umano porta in sé il soffio stesso della Vita.
La nostra esistenza non è altro che un lungo pellegrinaggio attraverso il quale quella scintilla è chiamata a diventare fiamma.
È qui che, nella mia contemplazione, Cristo e Maria si incontrano come i due movimenti di un unico mistero.
Cristo è Dio che si fa uomo.
Maria è l'essere umano che si eleva fino a Dio.
In Cristo l'Assoluto discende nella storia. Il Logos si riveste della nostra carne, percorre le nostre strade, condivide le nostre gioie e le nostre sofferenze, affinché nessun uomo possa più dire che Dio gli è rimasto estraneo. In Maria avviene il movimento complementare. Una creatura accoglie così pienamente la Presenza divina da diventare la manifestazione più luminosa di ciò che l'essere umano può realizzare quando vive nell'amore perfetto.
Se Cristo rivela il volto di Dio, Maria rivela il destino dell'uomo.
Questa intuizione, per me, cambia completamente il modo di guardare la sua figura. Ella non è soltanto la Madre del Messia. È il compimento dell'umanità. È il primo essere umano che realizza pienamente la propria vocazione spirituale. È la dimostrazione vivente che l'unione con Dio non è un'illusione, ma il destino stesso della creazione.
Per questo non riesco a contemplarla semplicemente come una santa tra le altre. La santità è il cammino. Maria è il compimento del cammino.
Questa convinzione non nasce soltanto dalla fede cristiana. Più ho studiato le grandi tradizioni spirituali dell'umanità e più mi sono accorto che esse sembrano convergere verso una medesima intuizione: l'essere umano non è destinato a rimanere separato dal Principio che gli ha dato origine.
I mistici dell'Oriente cristiano parlarono della theosis, la divinizzazione dell'uomo, affermando che Dio si fece uomo affinché l'uomo partecipasse alla vita divina.
Le Upanishad contemplano il ritorno dell'anima all'Assoluto. Il sufismo descrive il cuore che, purificandosi, diventa specchio della Presenza. I grandi maestri del Tao invitano l'uomo a ritrovare l'armonia con il Principio originario.
Linguaggi differenti, immagini differenti, ma una stessa nostalgia attraversa l'intera storia dello spirito umano: il desiderio di ritornare alla propria Origine.
Io vedo in Maria la risposta più luminosa a questa ricerca universale.
In lei l'umanità raggiunge ciò che era chiamata a essere fin dall'inizio.
Per questo il suo "Sì" assume, ai miei occhi, un significato che va ben oltre il racconto dell'Annunciazione.
"Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me secondo la tua parola." (Luca 1,38)
Queste parole non appartengono soltanto a una giovane donna di Nazaret. In esse riconosco la voce dell'intera umanità che, finalmente, smette di opporsi al proprio Creatore e si apre senza riserve all'Amore.
Quel "Sì" non è obbedienza passiva.
È libertà assoluta.
È la scelta più alta che un essere umano abbia mai compiuto.
Maria avrebbe potuto rifiutare. Avrebbe potuto avere paura. Avrebbe potuto scegliere una strada diversa. Nessuno la costrinse. Ed è proprio questa libertà a rendere il suo consenso così straordinario.
Dio non cerca servi costretti; cerca cuori che amino liberamente.
In quell'istante, a mio avviso, accadde qualcosa che va oltre la storia. Il cielo e la terra smisero di essere lontani. La volontà dell'uomo e quella di Dio si incontrarono senza più conflitto. L'umanità pronunciò finalmente il suo "Sì" definitivo all'Amore eterno.
Da quel momento Maria cessò di appartenere soltanto al proprio tempo.
Cominciò ad appartenere a ogni tempo.
Quel "Sì", tuttavia, non terminò con l'Annunciazione. Sarebbe un errore pensare che la grandezza di Maria risieda soltanto nell'aver accolto il Cristo nel proprio grembo. Il vero compimento del suo cammino si manifesta lungo tutta la sua esistenza, fino ai piedi della croce. È lì che la sua anima raggiunge, a mio avviso, la vetta più alta della sua unione con Dio.
"Stavano presso la croce di Gesù sua madre..." (Giovanni 19,25)
Ogni volta che leggo queste poche parole mi sorprende il loro silenzio. L'evangelista non descrive il pianto di Maria, non racconta il tumulto del suo cuore, non cerca di commuovere il lettore. Dice semplicemente che stava. Eppure, dentro quel verbo così semplice, percepisco una profondità immensa.
Maria rimase.
Non fuggì.
Non si ribellò.
Non smise di amare.
Rimase davanti al dolore più grande che una madre possa conoscere.
Credo che il Calvario non appartenga soltanto al Figlio. Appartiene anche alla Madre. Gesù porta sul proprio corpo il peso dei chiodi e della croce; Maria porta nella propria anima il peso di ogni colpo inferto a suo Figlio. Se il Cristo versa il proprio sangue, Maria versa il proprio cuore. Sono due sofferenze diverse, ma inseparabili. Una è visibile agli occhi; l'altra rimane nascosta nel silenzio. Eppure entrambe partecipano allo stesso mistero dell'Amore che si dona senza trattenere nulla per sé.
Per questo motivo non riesco a considerare Maria una semplice spettatrice della redenzione. La vedo partecipe fino in fondo del mistero vissuto dal Figlio. Se Gesù offre la propria vita, Maria offre tutto ciò che una madre possiede di più prezioso: il proprio amore.
Non può fermare il dolore, non può cambiare il corso degli eventi, ma sceglie di restare. E talvolta rimanere accanto a chi soffre è il gesto d'amore più grande che possa esistere.
Proprio ai piedi della croce Gesù pronuncia parole che, nella mia contemplazione, assumono un significato universale.
"Donna, ecco tuo figlio... Ecco tua madre." (Giovanni 19,26-27)
Tradizionalmente queste parole vengono comprese come l'affidamento di Maria al discepolo amato e del discepolo a Maria. Io vi leggo anche un significato più ampio. In quell'istante Maria non appartiene più soltanto a Gesù. Diventa madre di ogni uomo e di ogni donna che cercano la Luce. La maternità che aveva accolto un Figlio si apre all'intera umanità.
Da quel momento non la considero più soltanto la Madre del Cristo.
La considero la Madre del cammino umano.
È come se, attraverso quella consegna, la maternità di Maria si estendesse oltre il tempo e oltre lo spazio, fino a raggiungere ogni coscienza che desidera ritrovare la propria origine nell'Eterno.
Ed è proprio qui che nasce una contemplazione che porto nel cuore da molto tempo.
Io immagino che, dopo aver compiuto pienamente la sua missione sulla terra, Maria avrebbe potuto dissolversi nella pienezza della Luce, così come il fiume ritorna nell'oceano dal quale è nato. Avrebbe potuto entrare definitivamente nella beatitudine della comunione con Dio, senza più alcun legame con il mondo.
Eppure il mio cuore mi suggerisce qualcosa di diverso.
Sento che il suo amore abbia scelto liberamente di rimanere.
Non perché non possa entrare nella pienezza dell'Eterno.
Ma proprio perché vi è entrata completamente.
Quanto più un essere si unisce all'Amore infinito, tanto meno può dimenticare coloro che stanno ancora cercando la strada.
Per questo immagino Maria come una presenza viva che continua ad accompagnare il pellegrinaggio dell'umanità. Non più limitata da un corpo, ma presente come luce interiore, come consolazione silenziosa, come intuizione che orienta il cuore verso Dio, come forza spirituale che sostiene ogni anima nel momento della prova.
Non mi riferisco a un'energia impersonale, ma a una presenza pienamente cosciente, nata dall'amore perfetto e continuamente aperta all'uomo.
Questa intuizione mi conduce spontaneamente verso una delle immagini più affascinanti della spiritualità orientale.
Nel buddhismo Mahāyāna esistono i Bodhisattva, esseri che hanno raggiunto l'Illuminazione e che potrebbero entrare definitivamente nel Nirvana. Tuttavia scelgono di rimanere accanto agli esseri viventi fino a quando anche l'ultima creatura non avrà trovato la liberazione dalla sofferenza.
Non affermo che Maria sia un Bodhisattva.
Sarebbe scorretto sia nei confronti del cristianesimo sia nei confronti del buddhismo.
Vedo però una profonda analogia spirituale.
L'amore perfetto non cerca mai soltanto il proprio compimento.
L'amore perfetto continua a donarsi.
Continua a farsi presenza.
Continua ad attendere.
Continua ad accompagnare.
Per questo immagino Maria come la grande Pellegrina dell'Eternità, colei che, pur vivendo nella pienezza della comunione con Dio, continua a percorrere le strade dell'umanità affinché nessun figlio si senta abbandonato.
È un'immagine che mi commuove profondamente.
Non vedo Maria seduta sopra un trono irraggiungibile, lontana dalle fatiche del mondo. La immagino invece vicina a ogni madre che piange, a ogni uomo che ha perduto la speranza, a ogni giovane che cerca un senso, a ogni anziano che teme la morte, a ogni bambino che nasce sotto un cielo difficile.
Ovunque esista una ferita, immagino che il suo amore sia già presente.
Forse è proprio questa la differenza tra il potere e la maternità.
Il potere governa dall'alto.
La maternità si china.
Il potere giudica.
La maternità comprende.
Il potere impone.
La maternità accompagna.
Ed è proprio per questo che, nella mia contemplazione, Maria non rappresenta soltanto la santità. Rappresenta la Compassione stessa resa visibile. Se il Cristo manifesta il Volto dell'Amore che salva, Maria manifesta il Cuore dell'Amore che non abbandona mai.
Più medito su questo mistero e più mi convinco che la sua missione non appartenga soltanto al passato. Essa continua ancora oggi, silenziosamente, nel cuore della storia. Forse ogni volta che un uomo ritrova il coraggio di rialzarsi, ogni volta che una donna trasforma il dolore in speranza, ogni volta che il perdono spezza la catena dell'odio, il suo amore continua ad agire senza clamore, come la luce dell'alba che non fa rumore eppure dissolve la notte.
Per questo, quando rivolgo la mia preghiera a Maria, non sento di parlare soltanto alla Madre di Gesù. Mi rivolgo a colei che considero il volto materno dell'Amore eterno, la creatura che ha raggiunto la più alta comunione con Dio e che, proprio per questo, continua liberamente a rimanere accanto all'umanità, affinché nessuno percorra da solo il proprio cammino verso la Luce.
Più approfondisco questa contemplazione, più mi accorgo che essa non nasce soltanto dal cristianesimo. È come se l'intera umanità, nel corso della sua storia, avesse intuito l'esistenza di un principio materno capace di accompagnare il cammino degli uomini verso il Divino.
Popoli lontanissimi tra loro, senza conoscersi, hanno sentito il bisogno di rivolgere lo sguardo verso una presenza femminile che custodisse la vita, guarisse le ferite e conducesse l'anima oltre i propri limiti.
Questo non significa che tutte le religioni dicano la stessa cosa. Ogni tradizione possiede una propria identità, una propria rivelazione e un proprio linguaggio. Sarebbe un errore appiattire queste differenze. Tuttavia, quando osservo la storia spirituale dell'umanità, mi sembra di riconoscere un filo invisibile che attraversa i secoli. È il desiderio universale di contemplare il volto materno del Mistero.
Nell'antico Egitto incontro Iside, madre, sposa e custode della vita. È colei che ricompone ciò che è stato spezzato, che non si arrende davanti alla morte e che continua a cercare ciò che sembra perduto. In lei percepisco la forza di un amore che non conosce resa. Non penso che Iside sia Maria, ma riconosco in quella figura la nostalgia dell'uomo per una maternità che supera la morte.
Nella Grecia antica è Demetra a parlare al cuore dell'umanità. Attraverso il dolore per la perdita della figlia Persefone, tutta la natura entra nel tempo dell'inverno. Quando la figlia ritorna, la terra rifiorisce. È un racconto che parla del ciclo della vita, ma anche della forza dell'amore materno che continua a generare speranza persino nel tempo del lutto.
L'India contempla la grande Devi, la Madre cosmica, principio da cui sgorgano innumerevoli manifestazioni della vita. Lakshmi rivela l'abbondanza, Saraswati la sapienza, Parvati la forza dell'amore fedele. Non considero queste figure equivalenti a Maria, ma vi riconosco un'intuizione profondissima: l'Assoluto non si manifesta soltanto come potenza o trascendenza, ma anche come tenerezza, bellezza, compassione e maternità.
Nel buddhismo incontro Guanyin e Tara, immagini viventi della misericordia. Guanyin ascolta il grido di chi soffre e tende la mano senza chiedere nulla in cambio. Tara attraversa ogni paura per guidare gli esseri verso la liberazione. Ancora una volta non identifico queste figure con Maria. Sarebbe ingiusto verso le rispettive tradizioni. Tuttavia non posso fare a meno di vedere, in tutte loro, una medesima intuizione: l'amore perfetto non si limita a contemplare il dolore del mondo, ma vi entra dentro per trasformarlo.
Anche la tradizione ebraica custodisce una ricchezza straordinaria. La Shekhinah rappresenta la Presenza di Dio che dimora in mezzo al suo popolo. Non è una divinità distinta, ma il modo con cui il Mistero si rende vicino, accompagna, consola e illumina.
Nei libri sapienziali incontro poi la Hokmah, la Sapienza, descritta come riflesso della luce eterna e compagna della Creazione fin dalle sue origini.
È impossibile leggere queste pagine senza tornare con il pensiero al versetto che ha aperto la mia riflessione.
"La Sapienza è un riflesso della luce eterna, uno specchio senza macchia dell'attività di Dio e un'immagine della sua bontà." (Sapienza 7,26)
Ogni volta che medito queste parole, il mio cuore vede in Maria il loro compimento vivente. Non perché il testo biblico parli direttamente di lei, ma perché, nella mia contemplazione, nessuna creatura ha riflesso la luce dell'Eterno con una trasparenza così perfetta.
Persino alcune correnti della mistica cristiana orientale hanno contemplato la Sophia, la Sapienza divina, come il mistero attraverso cui Dio illumina il creato. Pur senza identificare Maria con la Sophia, avverto tra queste immagini una profonda consonanza.
È come se la storia spirituale dell'umanità fosse costellata da frammenti di uno stesso diamante, osservato da angolazioni differenti.
Per questo motivo non sento il bisogno di contrapporre Maria alle altre tradizioni. Al contrario, esse mi aiutano a comprendere quanto il cuore umano abbia sempre cercato ciò che io riconosco pienamente in lei.
Le considero come sentieri differenti che, pur mantenendo la propria identità, testimoniano una comune sete dell'Infinito.
Maria, però, occupa un posto unico nella mia contemplazione. Non perché annulli tutte le altre intuizioni religiose, ma perché in lei vedo convergere ciò che altrove appare soltanto in forma simbolica o frammentaria.
Se Iside custodisce la vita, Maria custodisce il Verbo incarnato.
Se Demetra attraversa il dolore della separazione, Maria attraversa il dolore della croce.
Se Guanyin ascolta il grido del mondo, Maria continua ad ascoltare il grido dei suoi figli.
Se la Shekhinah rende vicina la Presenza divina, Maria diventa la creatura che più pienamente accoglie quella Presenza.
Non è un confronto per stabilire superiorità. È una contemplazione che riconosce, nella storia religiosa dell'umanità, un lungo pellegrinaggio verso una verità sempre più luminosa.
Per questo non riesco a considerare Maria soltanto una figura appartenente al cristianesimo. La sento appartenere all'intera famiglia umana. Non perché tutte le religioni la riconoscano, ma perché ciò che ella rappresenta tocca il desiderio più profondo di ogni uomo e di ogni donna: sapere che l'Amore eterno non è distante, ma possiede anche un volto materno.
Più medito su questo mistero, più mi convinco che Maria non sia soltanto la Madre del Cristo. Ella è l'icona vivente di ciò che l'umanità può diventare quando accoglie senza riserve la Presenza divina.
È la dimostrazione che il destino dell'uomo non consiste nel rimanere eternamente separato da Dio, ma nel crescere, attraverso il lungo pellegrinaggio dell'anima, fino a partecipare pienamente della Sua vita.
Ed è proprio qui che ritorna la convinzione che porto nel cuore fin dall'inizio di questa riflessione.
Cristo è Dio che si dona all'umanità.
Maria è l'umanità che si dona completamente a Dio.
Tra questi due movimenti si compie il mistero della Creazione. Da una parte l'Amore che discende. Dall'altra l'amore che risponde. Da una parte il cielo che si apre alla terra. Dall'altra la terra che finalmente ritrova il cielo.
In questa reciproca comunione riconosco il destino ultimo dell'universo: non la separazione tra Dio e la sua creazione, ma la loro piena armonia nell'Amore eterno.
A questo punto della mia riflessione qualcuno potrebbe domandarmi perché senta il bisogno di contemplare Maria in una luce tanto ampia.
La risposta è semplice.
Non è Maria ad aver bisogno della mia contemplazione.
Sono io ad aver bisogno di imparare a guardarla senza paura.
Per troppo tempo ho avuto l'impressione che la spiritualità si sia preoccupata più di stabilire ciò che fosse lecito pensare su Maria che di lasciarsi trasformare dalla sua presenza.
Eppure, ogni volta che entro nel silenzio della preghiera, non incontro un dogma. Incontro una Madre.
È una presenza che non chiede di essere adorata al posto di Dio. Al contrario, ogni suo gesto conduce verso Dio. Ogni suo sguardo rimanda all'Amore eterno. Ogni parola pronunciata nei Vangeli è un invito a fidarsi dell'Origine della vita.
Proprio per questo non riesco a vedere alcuna contraddizione nel contemplare Maria come pienamente partecipe della natura divina.
Se il destino dell'essere umano è l'unione con Dio, allora in Maria questo destino non è più una promessa lontana, ma una realtà compiuta.
Ella non prende il posto dell'Eterno; ne diventa il riflesso più limpido.
È come uno specchio perfettamente terso che non trattiene la luce per sé, ma la lascia passare interamente.
Mi torna spesso alla mente una frase attribuita a sant'Atanasio, uno dei grandi maestri del cristianesimo orientale: «Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventasse Dio.»
Nella tradizione cristiana questa espressione è stata compresa come partecipazione dell'uomo alla vita divina, non come trasformazione dell'uomo in un dio separato.
Io vi riconosco una delle intuizioni più profonde della spiritualità cristiana.
Se questa è la vocazione dell'umanità, allora Maria ne rappresenta il compimento perfetto.
Anche le parole di Gesù continuano a interrogarmi: «Non è forse scritto nella vostra Legge: "Io ho detto: voi siete dèi"?» (Giovanni 10,34).
So bene che questo versetto è stato interpretato in modi diversi lungo la storia del cristianesimo. Io non lo assumo come una dimostrazione della mia riflessione, ma come un invito a contemplare la straordinaria dignità alla quale l'essere umano è chiamato quando vive nella piena comunione con Dio.
Per questo motivo sento che Maria non appartenga soltanto al passato. Ella continua a rivelare il futuro dell'umanità. In lei vedo ciò che ogni anima potrà diventare quando ogni paura sarà dissolta, quando ogni egoismo sarà consumato dall'Amore e quando ogni separazione troverà finalmente la propria riconciliazione nell'Eterno.
Forse è proprio questo il significato più profondo della santità. Non una perfezione morale irraggiungibile, ma una trasparenza sempre più completa della Presenza divina. I santi riflettono una parte della Luce.
Maria, nella mia contemplazione, la riflette pienamente.
Per questo il mio cuore la chiama Madre.
Non soltanto perché ha generato Gesù.
Ma perché continua a generare Cristo nel cuore di ogni uomo disposto ad accogliere la Luce.
La immagino presente ogni volta che una madre veglia il figlio malato durante la notte. Ogni volta che una mano si tende verso chi è caduto. Ogni volta che una persona sceglie il perdono invece della vendetta. Ogni volta che qualcuno ricomincia ad amare dopo essere stato ferito. In tutti questi gesti riconosco il suo passaggio silenzioso.
Forse non ci accorgiamo della sua presenza perché siamo abituati a cercare Dio nei grandi prodigi. Eppure l'Amore autentico non ha bisogno di fare rumore. È simile alla pioggia che cade lentamente durante la notte: nessuno la nota mentre scende, ma al mattino tutta la terra è diventata più viva.
È così che immagino Maria.
Non una regina distante.
Non una figura irraggiungibile.
Ma la dolce presenza dell'Amore eterno che continua ad accompagnare il pellegrinaggio dell'umanità.
Forse un giorno comprenderemo che il destino della Creazione non consiste semplicemente nel ritornare a Dio, ma nel lasciarsi trasformare fino a diventare pienamente partecipi della Sua stessa vita.
Tutto ciò che esiste proviene dall'Origine e tutto ciò che esiste tende naturalmente a ritornare ad essa. La storia dell'universo è il lungo respiro dell'Amore che esce da sé per donarsi e che, infine, richiama ogni creatura a casa.
Per questo motivo Cristo e Maria mi appaiono come i due grandi movimenti di questo unico mistero.
Cristo è Dio che attraversa la soglia dell'umanità per cercare l'uomo.
Maria è l'umanità che attraversa la soglia del Divino per ritrovare Dio.
L'uno manifesta la discesa dell'Amore.
L'altra manifesta la sua risposta.
L'uno apre la Via.
L'altra mostra fino a dove quella Via possa condurre.
In loro non vedo due realtà contrapposte, ma un'unica armonia.
Come il cielo e la terra, il seme e il frutto, la sorgente del fiume e il suo ritorno al mare, essi raccontano il medesimo mistero da prospettive differenti.
Ed è proprio contemplando Maria in questo modo che il mio cuore trova pace.
Non perché io pretenda di possedere la verità, ma perché sento che ogni autentica ricerca spirituale conduce inevitabilmente verso un Amore sempre più grande, più universale e più libero.
Concludo questa meditazione con le parole dell'Apocalisse che, più di ogni altra, alimentano la mia speranza:
«Ecco, io faccio nuove tutte le cose.» (Apocalisse 21,5).
Credo che questa promessa riguardi l'intera Creazione. Riguardi ogni uomo, ogni donna, ogni creatura e ogni stella. Riguardi anche noi, chiamati a diventare ciò che fin dall'inizio eravamo destinati a essere.
Quando rivolgo la mia preghiera a Maria, non le chiedo di sostituirsi a Dio. Le chiedo di insegnarmi ciò che lei ha già vissuto: imparare ad amare fino a non opporre più alcuna resistenza all'Amore eterno. Se un giorno anch'io riuscirò, anche solo per un istante, a pronunciare il mio "Sì" con la stessa libertà con cui lei lo pronunciò, allora comprenderò che il Regno di Dio non è soltanto una meta futura, ma una realtà che comincia a nascere nel cuore di chi si lascia trasformare dalla Luce.
E nel silenzio, mentre ogni parola lentamente si dissolve, non rimane che una sola certezza: tutto proviene dall'Amore, tutto vive nell'Amore e tutto è destinato a ritornare all'Amore. Maria, per me, è il volto materno di questo eterno ritorno.
[Christian B.]
Commenti