Empatia
La risonanza dell'anima.
Ho sempre pensato che ogni persona porti con sé qualcosa che non è immediatamente visibile agli occhi. Una presenza, una particolare qualità dell'essere, una luce interiore che talvolta possiamo percepire quando entriamo davvero in risonanza con qualcuno. Io la chiamo aura.
Non so spiegare cosa sia realmente e non pretendo di dare una spiegazione a qualcosa che appartiene soprattutto alla mia esperienza personale. So soltanto che una volta, una sola volta nella mia vita, mi è accaduto qualcosa che ancora oggi considero uno dei doni più particolari che abbia ricevuto: ho visto l'aura di una persona.
Quella persona che incontrai allora è ora mia moglie.
Ancora oggi penso che non sia stato un caso. Credo che Dio l'avesse posta sul mio cammino proprio in quel determinato momento e che, per una ragione che forse comprenderò pienamente soltanto un giorno, mi avesse concesso di vedere qualcosa che normalmente i nostri occhi non vedono.
Da allora ho imparato che non sempre abbiamo bisogno di vedere per percepire. Ci sono persone che incontriamo e che, ancora prima che parlino, ci trasmettono qualcosa.
Una sensazione, una serenità, una gioia, oppure una sofferenza che sembra arrivare a noi ancora prima delle loro parole.
Io questa capacità di percepire gli altri l'ho sempre sentita come qualcosa che mi è stato donato. Non credo di averla conquistata e non penso sia qualcosa di cui vantarmi. Al contrario, più passa il tempo e più sento che è una responsabilità che mi è stata affidata.
Attraverso l'empatia mi capita quotidianamente di percepire ciò di cui una persona ha bisogno. A volte è una parola, altre volte è semplicemente qualcuno che la ascolti. Qualcuno che non giudichi, che non abbia fretta di dare una risposta, che sappia rimanere accanto a lei anche nel silenzio.
Altre volte percepisco il bisogno di un sorriso, di un incoraggiamento, di una presenza, persino di una semplice conversazione che possa alleggerire per qualche momento un peso che quella persona porta dentro.
E forse è proprio questo l'aspetto più profondo di ciò che considero il mio dono: non sentire soltanto quello che una persona prova, ma riuscire, almeno qualche volta, a comprendere ciò di cui ha bisogno.
Quando qualcuno è felice, spesso riesco a sentirlo. La sua gioia entra in qualche modo nella mia e mi viene naturale sorridere insieme a lui. Non devo fare nulla, non devo cercare una spiegazione. Semplicemente partecipo a quella felicità.
Ma quando incontro qualcuno che soffre, tutto diventa più difficile.
Ci sono persone delle quali percepisco la tristezza in modo così intenso che quella sofferenza sembra attraversare la distanza che ci separa e arrivare dentro di me.
A volte devo allontanarmi perché non riesco a trattenermi dal piangere.
Non perché non voglia ascoltare quella persona, ma proprio perché la sto ascoltando con una parte di me che non sa rimanere completamente al di fuori di ciò che l'altro sta vivendo.
Mi capita di interiorizzare il loro dolore. Sento le loro paure, la loro solitudine, le loro delusioni, e per qualche istante è come se una parte di ciò che stanno vivendo diventasse anche mia. È faticoso. A volte è persino doloroso.
Ma nonostante questo non vorrei rinunciare a questa sensibilità, perché oggi la considero un dono ricevuto e, come ogni dono, credo che debba essere utilizzato per qualcosa che vada oltre me stesso.
Se Dio mi ha dato la capacità di sentire, allora voglio imparare a trasformare ciò che sento in presenza, ascolto, conforto e, quando posso, in una parola capace di restituire un po' di serenità. Non credo di poter guarire le ferite degli altri e non penso di avere risposte per ogni dolore. Non sono un maestro e non pretendo di esserlo.
Sono semplicemente una persona che continua il proprio cammino e che, lungo questo cammino, ha ricevuto la possibilità di incontrare altre persone e di percepire qualcosa della loro vita.
A volte mi chiedo perché proprio io abbia ricevuto questa capacità. Forse non lo saprò mai. Ma ho imparato che non è necessario comprendere completamente un dono per poterlo mettere al servizio degli altri.
Mi è capitato molte volte di parlare con persone che arrivavano da me appesantite, confuse, tristi o ferite e che, dopo aver parlato con me, mi hanno detto di sentirsi meglio. E ogni volta questa cosa mi sorprende. Perché spesso non ho fatto nulla di straordinario. Non ho trovato la soluzione ai loro problemi. Non ho cancellato ciò che li faceva soffrire. A volte ho semplicemente ascoltato. Ho lasciato che parlassero. Ho cercato di capire ciò che stavano vivendo e di dare loro, per il tempo di quella conversazione, uno spazio nel quale potessero sentirsi accolti.
Forse è proprio questo ciò che una persona cerca quando si avvicina a qualcuno: non sempre una soluzione, ma qualcuno capace di sentire che dietro le sue parole c'è qualcosa di più. E quando quella persona se ne va un po' più serena, io provo una gioia profonda. È una gioia particolare, perché spesso arriva insieme alla consapevolezza di aver assorbito una parte del suo dolore.
Io gioisco con chi gioisce, ma piango anche con chi soffre. E forse questa è la parte più difficile del dono che ho ricevuto. Ma se il mio pianto può accompagnare qualcuno verso un po' di serenità, allora accetto anche quelle lacrime. Perché forse non tutto ciò che ci fa soffrire è un peso inutile.
Alcune sofferenze, quando vengono accolte con amore, possono diventare un ponte verso l'altro. Ed è proprio questo che mi ha fatto riflettere sulla saggezza eterna che sembra così difficile da vedere nel mondo di oggi.
Per molto tempo mi sono chiesto perché sembrasse che le persone avessero dimenticato i valori più profondi, la compassione, la solidarietà, la capacità di ascoltare, il desiderio sincero di aiutare senza aspettarsi nulla in cambio. Poi ho iniziato a pensare che forse non li abbiamo dimenticati affatto. Forse semplicemente non li vediamo.
Perché la saggezza più autentica raramente fa rumore. Ci sono tantissime persone che ogni giorno fanno del bene senza raccontarlo a nessuno. Persone che si prendono cura di un genitore, che ascoltano un amico, che aiutano qualcuno in difficoltà, che rimangono accanto a una persona quando tutti gli altri se ne sono andati. Persone che dedicano la propria attenzione a una sola persona alla volta, senza clamore, senza bisogno di apparire, senza cercare riconoscimenti.
E quella gioia che provano nel fare il bene è, per me, una delle forme più pure dell'amore. È un amore silenzioso, ma proprio per questo potentissimo. Non ha bisogno di essere visto per esistere. Non ha bisogno di essere raccontato per cambiare qualcosa. Continua a passare da una persona all'altra, da un cuore all'altro, e forse è proprio così che cambia lentamente il mondo.
Io credo che il mondo non cambi soltanto attraverso i grandi eventi, ma anche attraverso questi piccoli incontri invisibili. Attraverso una persona che, in un momento difficile, ne incontra un'altra capace di ascoltarla. Attraverso una parola pronunciata nel momento giusto. Attraverso un sorriso. Attraverso qualcuno che decide di non rispondere al dolore con altro dolore. Attraverso una persona che riceve la sofferenza di un altro essere umano e cerca di trasformarla in compassione.
Forse è questa la parte della mia missione che sento più profondamente: ricevere ciò che arriva a me e cercare di restituirlo trasformato. Se qualcuno arriva con tristezza, cercare di restituirgli un po' di serenità. Se arriva con paura, provare a trasmettere coraggio. Se arriva con solitudine, offrire presenza. Se arriva con gioia, condividerla fino a renderla ancora più grande.
Non so se questa capacità abbia un nome preciso e non so nemmeno se riuscirò mai a comprenderla pienamente. So soltanto che la sento e che, ogni giorno, cerco di usarla nel modo migliore che conosco. E forse la vera risonanza dell'anima non consiste nel sentire semplicemente ciò che l'altro sente, ma nel permettere a ciò che abbiamo percepito di diventare qualcosa di buono per lui.
È questo che mi fa pensare che l'empatia possa essere una forma di comunione. Perché quando riesco a sentire la gioia di qualcuno, quella gioia non rimane soltanto sua. E quando sento il suo dolore, anche se questo mi fa piangere, quella sofferenza per un breve momento non viene più portata da una persona soltanto. Diventa condivisa. E forse, proprio perché viene condivisa, può diventare un po' più leggera.
Io non so perché Dio mi abbia dato questa sensibilità. So soltanto che non voglio considerarla qualcosa da possedere, ma qualcosa da donare.
Se mi è stata affidata, voglio metterla a disposizione di chi ne ha bisogno. E se questo significa qualche volta piangere per il dolore di qualcun altro, accetterò anche le mie lacrime.
Perché quando vedo una persona arrivare da me con un peso nel cuore e poi andare via sentendosi un po' più leggera, capisco che forse quel dolore che ho sentito non è stato inutile.
Forse quelle lacrime erano semplicemente il prezzo della comunione.
E allora continuo a credere che quella saggezza eterna non sia affatto scomparsa dal mondo. È ancora qui. Vive nelle persone che ascoltano, che accolgono, che aiutano, che amano senza apparire. Vive in tutti coloro che, silenziosamente, cambiano il mondo una persona alla volta.
E forse anche questo dono che ho ricevuto ha proprio questo scopo: essere, per qualcuno, anche solo per un breve tratto del suo cammino, una presenza capace di ricordargli che non è solo.
[Christian B.]
Commenti