Quando le emozioni diventano incontro.


~ Quando qualcuno incontra i miei occhi ~


Trovo sempre emozionante quella sensazione condivisa tra due o più persone che, quasi naturalmente, iniziano a interagire attraverso una molteplicità di stati d’animo, coinvolgendosi in una sorta di incantevole danza. Spesso il mio sguardo serio, che può sembrare corrucciato o arrabbiato, non facilita una naturale interazione. È curioso, però, come ciò che scrivo riesca a fare esattamente il contrario. Forse perché il mio volto lascia trasparire una parte di me che mi ha segnato profondamente.

Le interazioni con le persone non sono sempre state facili per me. Eppure esiste qualcuno che, ogni tanto, non si ferma all’apparenza. Qualcuno che riesce a guardare oltre, che trova il coraggio di incontrare il mio sguardo. 
Ed è lì che, quasi sempre, accade qualcosa. Inizia una danza involontaria, una forma di empatia che mi porta dentro la persona che ho davanti e che, nello stesso tempo, porta quella persona dentro una parte di me che normalmente rimane nascosta. Il mio essere Christian, per qualche istante, si mescola con le emozioni di chi ha deciso di raccontarsi. Le barriere cadono, gli impedimenti perdono efficacia e quello che fino a poco prima era rimasto nascosto comincia lentamente a diventare luce. Le paure si fanno meno avvolgenti, le angosce sembrano perdere parte del loro peso e l’ansia, almeno per qualche momento, lascia spazio alla fiducia. E allora nasce un dialogo che, forse, doveva semplicemente trovare il momento giusto per accadere.

Io, normalmente, non parlo quasi mai con nessuno di ciò che porto dentro. Trattengo molto. Elaboro attraverso la scrittura ciò che non riesco a dire a voce e trasformo in parole quello che, dentro di me, ha bisogno di essere compreso. Con gli altri, invece, accade spesso l’esatto contrario. Sono loro a raccontarsi. A volte sono persone che conosco da tempo, altre volte persone appena incontrate, magari per lavoro oppure attraverso conoscenze comuni. E ancora oggi non ho capito bene cosa le porti a farlo. So soltanto che, a un certo punto, qualcosa cambia. Come un fiume che improvvisamente rompe gli argini, arriva una successione di storie, emozioni, paure, ferite e ricordi. E io ascolto.

È strano pensare che persone che, guardandomi soltanto, potrebbero considerarmi un vero e proprio orso, finiscano poi per raccontarmi parti della propria vita che normalmente custodiscono con grande attenzione. Forse perché non chiedo loro di farlo. Forse perché non cerco risposte. Forse perché, qualche volta, basta semplicemente restare davanti a qualcuno senza avere fretta di riempire il silenzio.

Ascolto e imparo. 

Imparo che una stessa emozione può avere mille volti, che la parola “paura”, da sola, non racconta quasi nulla. Ho conosciuto persone terrorizzate dall’idea di morire, altre dalla possibilità di perdere qualcuno, altre ancora dalla paura di non essere abbastanza, di non essere amate, di non riuscire nella vita o, più semplicemente, di rimanere sole. E ho scoperto che perfino la solitudine può avere forme completamente diverse. C’è chi, pur di non essere lasciato solo, arriva ad annullarsi completamente, accettando umiliazioni e rinunce pur di sentirsi accolto. E c’è chi, per la stessa paura, costruisce intorno a sé un muro così alto da non permettere più a nessuno di avvicinarsi. La stessa ferita può produrre due reazioni opposte e infinite altre possibilità nel mezzo.

Anche il dolore per la scomparsa di una persona amata non ha un’unica forma. Ho incontrato il pianto inconsolabile, quello che sembra non voler finire e che, proprio per questo, diventa liberatorio. Ho incontrato il silenzio, capace di scavare solchi profondissimi. Ho incontrato una freddezza apparentemente inspiegabile, dietro la quale un cuore un tempo dolce e sensibile sembrava essersi trasformato in marmo. E ho incontrato anche chi, sostenuto dalla fede, cercava di accettare ciò che era accaduto. Ma qualche volta, dietro quella fede apparentemente serena, scoprivo una verità più difficile da pronunciare: la rabbia. La rabbia verso quel Dio che fino al giorno prima veniva invocato. E allora comprendevo che anche la fede può avere bisogno di attraversare il dolore, il dubbio e perfino la protesta.

Non c’è una maniera giusta di soffrire. Non c’è una maniera unica di avere paura. Non c’è una maniera universale di amare. Anche l’abbandono della persona amata può trasformarsi in una moltitudine di comportamenti: gelosia, dubbi, ossessione, mancanza di fiducia, bisogno continuo di conferme, paura, fragilità. A volte il dolore si manifesta cercando disperatamente l’altro; altre volte lo si manifesta allontanando chiunque potrebbe diventare importante. E ogni volta penso a quanto siano piccole le definizioni davanti alla complessità dell’animo umano. Un’emozione non è una parola. È l’inizio di un racconto.

Forse è proprio questo che mi affascina. Ogni persona mi consegna, senza saperlo, un modo nuovo di guardare qualcosa che credevo già di conoscere. E così accumulo esperienze emotive senza aver mai deciso di farlo. La persona che parla pensa forse di essere soltanto ascoltata. Io, invece, esco da quell’incontro con qualcosa che prima non avevo: una consapevolezza, una domanda, un sentimento, qualche volta persino una ferita. E tutto questo, prima o poi, finisce dentro una pagina. Diventa un racconto, una poesia, una contemplazione. Diventa qualcosa che posso restituire agli altri.

Ma non sempre è facile, perché ascoltare davvero significa anche lasciarsi attraversare. E alcune storie fanno male. Ci sono racconti che mi hanno portato lacrime agli occhi, momenti nei quali ho pianto insieme a chi mi stava parlando, non per compassione, ma perché per qualche istante quel dolore sembrava essere diventato anche un po’ mio. È una strana trasmutazione empatica. Il dolore entra in due persone e, condividendosi, sembra diventare leggermente più leggero per entrambe. Non perché sia scomparso, ma semplicemente perché non è più completamente solo.
Una perdita, un abbandono, una relazione diventata ingestibile, una vita emotivamente disordinata, la ricerca infruttuosa di qualcosa che assomigli alla spiritualità: sono tutte occasioni nelle quali due persone possono incontrarsi in un punto che nessuna delle due aveva previsto. Ogni volta sembra quasi un piccolo rito di passaggio. 

All’inizio ci sono soltanto due persone, poi arrivano le parole, poi le emozioni, poi il silenzio e infine quello sguardo che continua a parlare anche quando le parole finiscono. È lì che qualcosa cambia.

E mentre ascolto gli altri, mi accorgo che quelle esperienze cominciano inevitabilmente a riflettersi anche sulla mia vita. Mi rendono più attento, più vigile, più consapevole. Mi aiutano, per esempio, a riconoscere quando una rabbia improvvisa non appartiene soltanto al presente, ma arriva da una ferita più antica che non ha ancora smesso completamente di parlare. 

Altre volte mi accorgo del contrario. Il cuore si stanca, si protegge, si chiude e proprio allora diventa più difficile usare quel dono dell’empatia con le persone che mi amano davvero. Succede soprattutto quando sono stanco, quando il lavoro pesa, quando la fatica quotidiana diventa così intensa da trasformare la naturale sensibilità dei momenti di riposo in una reazione ruvida, brusca, a volte persino ingiusta.

E lì comprendo qualcosa di importante. Non basta saper ascoltare gli altri. Bisogna imparare ad ascoltare anche se stessi. 

Posso comprendere le ferite di una persona che ho davanti e, nello stesso momento, non accorgermi della ferita che sta guidando una mia reazione. Posso riconoscere la paura degli altri e non riconoscere la mia. Posso comprendere la rabbia di qualcuno e non accorgermi che, per la stanchezza, sto diventando io stesso duro.

Forse è proprio questa la parte più inattesa di questo percorso. Pensavo che fossero gli altri ad aprirsi davanti a me. E invece, lentamente, mi sto accorgendo che ogni volta che qualcuno trova il coraggio di raccontarmi una parte della propria vita, anche qualcosa dentro di me si apre. Le persone che ascolto mi insegnano. Non sempre attraverso le loro parole. A volte attraverso i loro silenzi, a volte attraverso una lacrima, a volte semplicemente attraverso il modo in cui cercano i miei occhi prima di riuscire finalmente a dire ciò che avevano tenuto dentro per tanto tempo.

E allora mi chiedo perché la vita continui a mettere queste persone sulla mia strada. Non ho una risposta. Forse non devo averla. Forse alcune cose non arrivano nella nostra vita per essere spiegate, ma per essere vissute. 

So soltanto che ogni volta mi sento onorato, perché qualcuno mi ha affidato un piccolo pezzo del proprio cuore. E se nei giorni successivi quella persona mi ringrazia per averla ascoltata, dentro di me sento una gratitudine ancora più grande. Perché, in realtà, il dono è stato reciproco. 

Lei ha lasciato qualcosa a me, io forse ho lasciato qualcosa a lei e, per qualche istante, due vite che probabilmente non avrebbero dovuto incontrarsi si sono incontrate davvero.
Forse è questa la magia che cerco quando scrivo. Non una magia fatta di cose straordinarie, ma quella, molto più semplice e misteriosa, che nasce quando un essere umano riesce finalmente a sentirsi visto. 
Non guardato. Visto.

E forse è per questo che continuo a scrivere. Perché ogni storia che ascolto modifica un poco il modo in cui guardo il mondo. Ogni emozione che mi viene affidata diventa una nuova possibilità di comprendere. Ogni dolore condiviso mi insegna qualcosa sulla fragilità. Ogni incontro mi ricorda che dietro un volto esiste sempre una storia che non conosco.
E forse anche dietro il mio volto serio, quello che tante volte sembra dire “non avvicinarti”, esiste semplicemente un uomo che aspetta, senza saperlo, qualcuno disposto a guardare un po’ più in profondità. Qualcuno che abbia il coraggio di cercare i suoi occhi.

Perché quando accade, le parole diventano quasi superflue. Restano due sguardi, due storie, due fragilità e quella danza involontaria che, per qualche istante, ci permette di essere esattamente ciò che siamo, senza difese, senza maschere, senza bisogno di fingere.

Forse è questo che la vita mi sta insegnando attraverso gli altri: che non sempre possiamo guarire le ferite di qualcuno. A volte possiamo soltanto sederci accanto al suo dolore, ascoltarlo, guardarlo negli occhi e impedirgli, almeno per un momento, di sentirsi solo.

E forse, senza rendercene conto, mentre cerchiamo di alleggerire il peso di qualcun altro, scopriamo che anche il nostro è diventato un po’ più leggero.


Christian B.

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